Trauma cranico: uno studio del Papa Giovanni XXIII individua segnali precoci dei disturbi che possono durare nel tempo

Un trauma cranico non si esaurisce con la dimissione dall’ospedale. A distanza di mesi, e talvolta di anni, molte persone continuano a confrontarsi con cambiamenti del comportamento che incidono sulla vita quotidiana, sul lavoro e sui rapporti familiari. 

Un recente studio condotto all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale European Journal of Physical and Rehabilitation Medicine, offre nuovi elementi per comprendere e riconoscere precocemente questi esiti a lungo termine. 

La ricerca, frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Anestesia e Rianimazione e le Unità di Psicologia Clinica, Neuroradiologia, Riabilitazione Specialistica e Neurochirurgia, e la Fondazione FROM, ha analizzato l’evoluzione dei disturbi neurocomportamentali dopo un trauma cranio-encefalico (ovvero una lesione al cervello causata da un impatto violento alla testa, come può avvenire in seguito a incidenti stradali, cadute, traumi sportivi o aggressioni) in un gruppo di 54 pazienti adulti, valutati a un anno dall’evento. 

I risultati mostrano come siano frequenti disturbi quali irritabilità, impulsività, difficoltà nel controllo della rabbia, alterazioni delle capacità decisionali e problemi nelle relazioni sociali. Si tratta di cambiamenti spesso meno visibili delle difficoltà motorie, ma che sono in grado di compromettere l’autonomia e il reinserimento sociale e lavorativo, oltre ad avere un forte impatto anche sui familiari e sui caregiver. 

Lo studio ha individuato alcuni fattori di rischio, riconoscibili già nelle prime fasi dopo il trauma, che sono associati alla comparsa e alla persistenza di questi disturbi. In particolare, una durata prolungata dello stato confusionale dopo il trauma, un più basso livello di funzionamento cognitivo all’ingresso in riabilitazione e la presenza di un danno assonale traumatico (una forma di lesione diffusa delle connessioni cerebrali)  tutti fattori associati a un rischio più elevato di sviluppare disturbi neurocomportamentali che si mantengono nel lungo periodo. 

Un dato rilevante emerso dall’analisi riguarda il legame tra questi disturbi e gli esiti funzionali: all’aumentare dei problemi neurocomportamentali, peggiorano il grado di autonomia e la capacità di reinserimento nella vita sociale e comunitaria. In altre parole, la qualità del recupero non dipende solo dalla gravità iniziale del trauma, ma anche da come il cervello riesce a riorganizzarsi e da come vengono intercettate e gestite precocemente le fragilità cognitive e comportamentali

«Questi risultati dimostrano che è fondamentale adottare un approccio integrato e multidisciplinare già nelle fasi iniziali del percorso di cura, guardare oltre la fase acuta del trauma cranico e investire sulla capacità di riconoscere precocemente i segnali di rischio – ha dichiarato Luca Lorini, Direttore del Dipartimento di Emergenza-Urgenza e Area critica della ASST Papa Giovanni XXIII –. . Individuare tempestivamente i pazienti più fragili ci consente di costruire percorsi di cura più mirati e integrati, capaci di accompagnare nel tempo non solo le persone che hanno subito il trauma, ma anche le loro famiglie.»