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*"Fino al 14 dicembre 2012, l'azienda ospedaliera Papa Giovanni si chiamava Ospedali Riuniti di Bergamo. Per questa ragione nel sito potreste trovare riferimenti ai Riuniti, in notizie riferite al periodo precedente".

C'è anche il Papa Giovanni in un nuovo studio sull'infarto

L’innovativo studio, tutto italiano, definisce un nuovo standard di trattamento della forma più frequente di infarto, quella in cui l’arteria non è completamente ostruita (NSTEMI). I risultati dello studio Dubius sono stati illustrati il 31 agosto al congresso della ESC - European Society of Cardiology, l’evento scientifico che riunisce ogni anno il ‘gotha’ della cardiologia mondiale (presenti quest’anno - in un’inedita modalità tutta virtuale - 116.000 professionisti da 211 paesi). La ricerca è stata finanziata dal GISE – Società italiana di cardiologia interventistica e promossa dall’Università di Padova.

Tra i 30 centri che hanno contribuito, arruolando un totale di 1.500 pazienti, figura anche il Papa Giovanni XXIII di Bergamo, con la Cardiologia 2 – Diagnostica interventistica, diretta da Giulio Guagliumi.

“Abbiamo diviso i pazienti con infarto NSTEMIin due gruppi equivalenti: al primo abbiamo somministrato un farmaco antiaggregante piastrinico entro 24 ore prima della coronarografia, mentre al secondo gruppo la terapia è stata data solo al termine dell’intervento – ha spiegato Paolo Canova, il cardiologo interventista referente dello studio per la Cardiologia 2 – Diagnostica interventistica dell’ASST Papa Giovanni XXIII -. I risultati ci dicono che l’antiaggregante somministrato in anticipo non comporta alcun vantaggio in termini prognostici. Al contrario, talora si può rivelare addirittura controproducente come ad esempio in quei casi in cui si opta per una rivascolarizzazione cardiochirurgica tramite by-pass rispetto all’impianto di stent nelle coronarie. In queste circostanze non aver somministrato al paziente un potente farmaco antiaggregante significa accorciare i tempi di degenza del paziente in attesa dell’intervento cardiochirurgico ed abbattere potenziali rischi di complicanze, riducendo i costi per il sistema sanitario”.

Lo studio spontaneo e indipendente, iniziato nel 2015, è stato valutato e autorizzato da AIFA, patrocinato e finanziato dal GISE e condotto sotto la guida di Giuseppe Tarantini (Direttore Cardiologia Interventistica | Università di Padova) e di Giuseppe Musumeci (Direttore Cardiologia | Ospedale Mauriziano di Torino).

“Abbiamo dimostrato che una strategia invasiva, entro le 24 ore dall’evento e con approccio radiale (dal polso) incide sui risultati più di quanto faccia la tempistica della terapia farmacologica. I risultati del DUBIUS contribuiscono a mettere la parola fine all’interrogativo che da sempre è motivo di dibattito nel mondo della cardiologia sull’opportunità di somministrazione di antiaggreganti prima o dopo la conferma della diagnosi con la coronarografia”. Così il Presidente del GISE (Società Italiana di Cardiologia Interventistica) e Investigatore principale Giuseppe Tarantini commenta la presentazione dello studio scientifico alla sessione plenaria del congresso internazionale.

Il DUBIUS è stato pubblicato su JACC, Journal of the American College of Cardiology, una delle più importanti riviste mondiali di cardiologia.

“L’attuale pratica clinica italiana, con coronarografia effettuata entro 24 ore dall’infarto NSTEMI ed eseguita da accesso radiale – annuncia il co-Investigatore principale Giuseppe Musumeci - ha garantito eccellenti risultati in entrambi i gruppi di studio, che hanno reso di fatto superfluo un ulteriore confronto tra le due strategie di trattamento farmacologico antiaggregante, nessuna delle quali può essere raccomandata come approccio routinario. Con i risultati del DUBIUS potremo evitare a circa 80.000 pazienti l’anno una somministrazione a tappeto di potenti antiaggreganti prima della coronarografia, con una riduzione di potenziali effetti collaterali e notevoli ricadute sull’appropriatezza delle cure. Pensiamo a chi, in corso di infarto NSTEMI deve sottoporsi a bypass coronarico (circa 6%) o a quelli che dopo la coronarografia non hanno confermata la diagnosi d’infarto, ben il 15%”.

In Italia ogni anno sono colpite da infarto subendocardico 80.000 persone, di queste 55.000 vengono sottoposte a stent coronarico. Lo studio DUBIUS ha evidenziato che in Italia la pratica clinica riesce a ridurre gli eventi avversi sull’infarto a meno della metà rispetto al resto del mondo: 3 su 100 trattati contro i 7 a livello globale.


Data di pubblicazione:
11 settembre 2020 11:17
Davide Cremaschi - Ufficio comunicazione
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